LONGEA

Puoi sostenere un simile rischio

Gli italiani non sono attenti ai rischi che corrono.

Per questo – anche se non sono un assicuratore – ritorno sull’argomento, nella speranza che aumenti la percezione dell’inefficienza dello Stato nel prestare assistenza alle persone colpite da un infortunio o da una malattia.

D’altronde, lo scopo del progetto Longea è anche quello di creare una maggiore sensibilità sui temi che impattano sulla nostra stabilità finanziaria.

Partiamo con una distinzione:  nell’ordinamento italiano si parla di invalidità civile e di invalidità previdenziale.

  • L’invalidità civile è una prestazione assistenziale, in quanto viene riconosciuta sulla base della condizione strettamente fisica, a prescindere dallo svolgimento di una attività professionale.

Ne hanno diritto tutti coloro che hanno una percentuale di invalidità compresa tra il 74% e il 99% e un’età compresa tra 18 e 67 anni.

Per il 2026 l’assegno è pari a 340,71 euro per 13 mensilità.

  • L’invalidità previdenziale, invece, necessita dell’iscrizione e del versamento di contribuzione nel primo pilastro della previdenza obbligatoria. 

Possono richiedere l’assegno ordinario di invalidità coloro che hanno

almeno 5 anni di contributi versati, di cui 3 nel quinquennio che precede la domanda della prestazione.

Quando non si può svolgere alcuna attività lavorativa si parla di invalidità totale pari al 100%. In questo caso subentra la pensione di inabilità.

Come per l’assegno ordinario di invalidità, il calcolo tiene conto dei contributi versati in tutta la vita e il totale rivalutato viene moltiplicato per un coefficiente di trasformazione.

Se il risultato non raggiunge una prestazione minima vitale – che per il 2026 è fissata a 611,85 – viene integrata.

Inoltre, è previsto un beneficio di maggiorazione che consiste nell’aumentare virtualmente l’anzianità contributiva per un periodo che va dalla data della decorrenza della pensione di inabilità e il compimento dei 60 anni.

Ma come sempre è meglio fare un esempio.

Mario è un artigiano di 50 anni che subisce un infortunio.

L’invalidità è pari al 70%. 

Ha versato 25 anni di contributi e ha un reddito medio di 40.000€.

Considerato che l’aliquota per il calcolo del contributo è del 24%, il contributo medio versato è pari a 9.600 € (26% di 40.000).

Il montante (la somma dei contributi) quindi è di 240.000 € (9.600×25).

Per calcolare la pensione annua si prende il montante e lo si moltiplica per un coefficiente che varia in base all’età.

Nel nostro caso, il calcolo produce una pensione annua di 10.248 €.

Quindi, Mario si trova con una riduzione del reddito pari al 74,40%.

Se l’infortunio causasse un’invalidità al 100%, Mario accederebbe alla pensione di inabilità. Grazie alla maggiorazione contributiva per gli anni mancanti ai 60, l’assegno salirebbe a 14.347,20 €.

In caso di non autosufficienza, potrebbe richiedere l’indennità di accompagnamento, che nel 2026 è di circa 340,71 € mensili. Inoltre, se il reddito personale fosse inferiore a 9.727,77 €, potrebbe aver diritto all’incremento al milione.

Per cui, in totale potrebbe contare su una pensione di 22.435 € annui che significa una riduzione del reddito del 43,9%.

In sostanza, è evidente l’inefficienza del SSN nell’assicurare un dignitoso tenore di vita.

E quindi, è meglio aspettare che il governo aumenti di qualche 100 € le prestazioni o vuoi iniziare a pensarci tu? 

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